100esperte sul settimanale F

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Il numero del settimanale F in edicola il 2 giugno accoglie il punto di vista di Luisa Torsi, una delle nostre #100esperte #STEM, professoressa ordinaria di chimica all'Università degli Studi di Bari Aldo Moro e professoressa a contratto Åbo Akademi in Finlandia, sull'iniziativa dell'università pugliese di ridurre le tasse alla studentesse che scelgono lauree scientifiche.

 

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Articolo del 2 giugno del settimanale F

 

OPINIONI A CONFRONTO

di Gaia Giorgetti

SÌ, LE STEM SONO UN GIOCO DA RAGAZZE

L’Università di Bari riduce le tasse alle studentesse che scelgono lauree scientifiche.
Servirà ad abbattere la discriminazione di genere che pesa su studi e carriera?

Serenella Molendini - CONSIGLIERA NAZIONALE ALLE PARI OPPORTUNITÀ

IN QUESTE FACOLTÀ C’È IL LAVORO DEL FUTURO

Nell’immediato futuro nove lavori su dieci saranno digitali e tecnologici, se le donne continueranno a essere escluse da questo tipo di formazione, oltre ad aver pagato il prezzo più alto della pandemia in termini di occupazione, saranno tagliate fuori anche dal rilancio del Paese, con un danno enorme per tutta l’economia, perché è dimostrato che il lavoro femminile fa crescere il Pil. Lo stereotipo secondo cui le donne non sono adatte agli studi scientifici è assurdo, eppure continua a pesare, tanto è vero che le facoltà di area Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) sono ancora a prevalenza maschile.

Quali dati abbiamo?
Sappiamo che il 37 per cento dei ragazzi si laurea in area Stem, contro il 16 delle ragazze. Un dato preoccupante che da solo ci dice quanto sia giusta la decisione di Bari. Dovrebbero adottarla tutte le università.

Quali sono le cause di questo gap?
Gli stereotipi continuano a resistere; basti pensare che il senatore leghista Pillon si è scagliato contro questo provvedimento tirando fuori la storia della “vocazione naturale” femminile verso gli studi di accudimento, mentre i maschi sarebbero portati per le materie razionali. Invece sappiamo benissimo che la biologia non c’entra nulla e tutto dipende dall’ambiente e dalla cultura: se continuiamo a dire il meccano ai bambini e alle bambine lasciamo le bambole, si convinceranno che la matematica non fa per loro e non saranno incentivate a iscriversi alle facoltà scientifiche, che oggi offrono più opportunità di lavoro e anche di carriera.

Luisa Torsi - INSIGNA CHAIR PROFESSOR OF CHEMISTRY, UNIVERSITÀ DI BARI. ESPERTA DELLE STEM PER “DONNE E SCIENZA”

IL PROBLEMA È DOPO: ARRIVARE AI VERTICI E FARE SQUADRA

Andando avanti così ci vorranno 120 anni prima di raggiungere la parità tra uomini e donne nella scienza. Bari è un primo passo, ma da solo non basta.

Anche Venezia e il Politecnico di Milano hanno adottato misure simili. La scienza è ancora maschilista?
Certi pregiudizi non sono più tollerabili in una società evoluta, che per fortuna ha superato la legge della caverna dove comandava il più forte: ora deve valere il talento. E il talento parla chiaro: in Europa, il 55 per cento degli iscritti all’università sono donne, percentuale che per i laureati sale al 59 per cento, il che significa che le donne sono più brave. Nei corsi scientifici però i numeri cambiano: solo il 32 per cento degli iscritti è donna, il 36 per cento si laurea. Ma, per quanto preparate, lasciati i banchi dell’università non facciamo carriera: appena il 15 per cento delle scienziate è professore, i posti vanno a uomini anche meno capaci di noi, che però possono diventare docenti e anche rettori.

Oltre agli sconti sulle tasse che cosa suggerisce?
Adottare ogni incentivo possibile, spingere le giovani scienziate a presentare domanda per certe posizioni, fare in modo che a decidere le promozioni non siano solo o sempre i maschi, perché finiscono per chiamarsi tra loro. I problemi arrivano quando entriamo nel mondo del lavoro: dobbiamo arrivare ai vertici e cominciare a fare squadra anche noi.